TESTIMONI DELLA FATICA


Le gare sportive di resistenza, quelle nelle quali la fatica la fa da primattrice, sono in grande espansione. Il fenomeno pare avere uno sviluppo esponenziale: basti guardare i numeri dei partecipanti alle maratone più famose (da quella di New York a quella di Venezia, per fare due esempi), alle gran fondo di bicicletta, alle prove sulla neve come la Marcialonga o la Ciaspolada, che ormai devono chiudere le iscrizioni in netto anticipo per il raggiunto numero di iscritti. Per avere una conferma, basta recarsi su una qualsiasi pista ciclabile. Moltissime persone, di ogni sesso e età, che si allenano.

Noi, fermandoci alle persone che praticano questi sport con impegno assiduo e che gareggiano con regolarità, ci siamo chiesti cosa possa spingerle ad affrontare ore e ore di allenamento - spesso solitario - per ottenere dei risultati che non sono ai livelli di professionismo.

Sfida con sé stessi e il desiderio di capire fin dove ci si può spingere? Rifiuto sostanziale delle regole che oggi scandiscono il nostro vivere sociale e - attraverso ore di solitudine - l'evasione da questo mondo? Una rivincita nei confronti della vita che ha destinato eventi difficilmente accettabili (lavoro frustrante, disgrazie varie)? Semplice noia? Senso di libertà? Il caso? O, più filosoficamente, la ricerca di un obiettivo che è la coscienza della tragica fatica dell'uomo, che si ripeterà, perpetua, senza alcuna soluzione definitiva. Sia quel che sia, noi iniziamo questa inchiesta raccontando un atleta che dedica molta parte della sua giornata, sacrificandosi, all'allenamento per portare a termine delle prove-record che si possono definire sfide no-limits.

M.B.

 
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