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    <title>Voci dalla Strada.Maurilio Barozzi</title>
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    <description>«Voci dalla strada» è stata una rubrica settimanale che ho tenuto sul quotidiano «l’Adige» di Trento a cavallo tra il 1999 e il 2000. È nata dalla convinzione che in ogni dove si possa trovare qualche storia da raccontare. Paolo Ghezzi, allora il direttore del giornale, dopo aver letto tre o quattro esempi di quelli che sarebbero stati gli articoli che intendevo scrivere, mi ha suggerito di intitolarla «Voci dalla strada». Non mi è sembrato male ed il giovedì hanno iniziato ad uscire questi articoli, in corsivo. Qui ne ho raccolti alcuni.&lt;br/&gt;M.B.&lt;br/&gt; &lt;br/&gt;</description>
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      <title>Sport e metafore - Elezioni 3</title>
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      <pubDate>Thu, 27 Apr 2000 00:00:00 +0200</pubDate>
      <description>Ogni maledetta domenica sui campi da football succede qualcosa di imprevedibile, qualcosa che ti fa capire con indiscutibile esattezza che «chiunque tu sia, qualunque cosa tu faccia nella vita, dietro di te c’è sempre qualcuno più giovane, più veloce, più forte».&lt;br/&gt;È una fissa, per gli americani, quella di raccontare lo sport e ricavarne degli insegnamenti per la vita di tutti i giorni. Fare trasferimenti di significato da un settore all’altro, metafore. Che poi, se vogliamo proprio guardare bene, non è che fanno proprio metafore. Fanno una cosa che è un po’ diversa, la chiamiamo metafora, ma sarebbe una cosa un po’ diversa. Non so... una specie di metonimia metaforata, una roba del genere, se esistesse. Loro prendono un campo – un piccolo universo – e ci comprimono dentro tutto l’esistente. Proprio tutto. Contro ogni regola dell’esperienza, riescono a fare un miracolo: mettono in una cosa più piccola una cosa più grande, gliela conficcano dentro a martellate finché, volente o nolente, ci entra. Il martello – o, per chi ama l’illusionismo: il trucco (perché di illusione deve trattarsi: una cosa più grande non può stare in  una più piccola) – è l’aforisma. Loro, gli americani, sono grandi a fare una cosa: condire film, libri e ogni altra cosa di piccole sentenze. Pillole disseminate qua e là: ti danno l’idea di partecipare a una grandissima storia, fatta di grandissimi personaggi, che però somigliano molto anche a te. Le loro esperienze, pur eccezionali – di campioni –, possono essere anche le tue. I film americani che raccontano lo sport, in genere, sono caratterizzati da un particolare: prima o poi senti quella frase che ti lascia di sale. Ma, quando ti riprendi, la ricordi. «Sì, d’accordo, l’ha detta Al Pacino, okay, si riferiva a un fuoriclasse: però non vale forse anche per me?», ti dici. «Ragazzo ricorda – fa l’allenatore Tony d’Amato ad un giovanissimo e arrogantissimo campione di football emergente, Willie Beamen – da solo non vali niente: se i tuoi compagni non ti aiutano, non ti difendono, tu sei distrutto». Una frase, un film: «Ogni maledetta domenica» (proiettato in questi giorni a Rovereto). Oliver Stone, il regista, fa esattamente quel lavoro di cui parlavamo: prende un campo di football e lì dentro ci ficca tutto il mondo. La macchina da presa entra in quel campo, negli spogliatoi o nell’ufficio della presidentessa della società sportiva – gli Sharks di Miami – e, attraverso quelle vicende, ti racconta quello che succede anche a te. Ti sbatte in faccia il nostro egoismo, il nostro arrivismo. È una metafora impropria: una metonimia metaforata (se esistesse). L’effetto splendido è dato proprio dal trucco. Da quelle piccole martellate che permettono al mondo intero di entrare in quel campo sportivo. Le sentenze.&lt;br/&gt;Stone è un caso, attuale. Ma se ne potrebbero citare altri, mille altri. Per esempio «Quando eravamo re», di Leon Gast, quello sull’incontro di boxe tra Muhammad Alì e George Foreman a Kinshasa, 1974. Ti puoi essere scordato tutto, di quel film. Ma non la scena finale. Un giornalista racconta che, secondo la Bartlett’s Quotations, la poesia più breve mai scritta in inglese sia “L’antichità dei microbi”. Dice: «Adamo ne aveva», fine. Tre parole. (Già questa non è male, se vogliamo). In una conferenza tenuta ad Harvard, Alì fu esortato dai laureandi cui aveva tenuto una lezione a recitare una poesia. Lui la inventò: «Io, noi». Due parole, la poesia più breve, in inglese. Tutto il mondo ficcato nel suo mondo, nella boxe: una metonimia metaforata (se esistesse). Ovazione degli studenti.&lt;br/&gt;È curioso, ma oggi – in campagna elettorale, con candidati sindaci di decine di paesi che esibiscono slogan in ogni dove (con risultati spesso evanescenti) – noti ancora di più il senso della frase, il suo peso, la sua forza. Leggendo motti tipo: «Il sindaco della città; per una città più vivibile (e via dicendo su questo scontato registro), ti cascano le braccia: scorrono via come l’acqua. Manca tutta l’epica della vera sentenza. Non c’è poesia, niente metonimie metaforate (ma esistono?).&lt;br/&gt;«Io, noi» avrebbe detto Alì. Punto.</description>
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      <title>Oratorio</title>
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      <pubDate>Thu, 20 Apr 2000 00:00:00 +0200</pubDate>
      <description>La televisione. È bello guardarla, la sera. Tardi. Però, fatta eccezione per gli spogliarelli sulle reti private (che non sempre uno ha voglia di vedere), ti resta solo il calcio. Ma non le partite, magari! A quell’ora di calcio si parla: soldi spesi, campagne acquisti, fuorigioco, arbitri bravi, meno bravi, venduti. «Clik» col telecomando e buona notte: ti tocca dormire. Perché così quello sport è rovinato. Se non c’è il pallone che rotola, se – sulle porte – non ci sono le reti da scuotere o da difendere, se non c’è un compagno di squadra da abbracciare dopo che ha segnato, che calcio è?&lt;br/&gt;Meglio andare a vedere i pulcini la domenica mattina. Molto meglio. Ricorda i pomeriggi che abbiamo passato, su quei rettangoli...&lt;br/&gt;Non si poteva dire che era estate, finché all’oratorio c’erano ancora le reti sulle porte del campo da calcio. Potevano essere finite le scuole, iniziati i corsi di nuoto, poteva essere un caldo boia. Ma se al campo di calcio c’erano ancora le reti sulle porte, non era estate. Diciamo: non era ancora arrivato il momento triste dell’estate. Il periodo in cui tutti partono in vacanza con i genitori. E non ci si vede più per due mesi. Prima perché sei stato via tu; poi perché ero via io, avanti così.&lt;br/&gt;Invece, se le reti erano ancora al loro posto, voleva dire che qualche partita di calcio era ancora prevista: qualcuno disposto a fare una bella sudata sotto il sole torrido si trovava. La rete, poi, per chi ha giocato a calcio, ha sempre rappresentato un simbolo particolare. Anche a livello semantico: andare in rete, difendere la rete, battere a rete: sono tutti modi di dire che ne rendono evidente l’importanza nelle fasi di gioco. E quest’importanza, per quelli che hanno trascorso ore e ore su quei campi (e sul divano a guardare le partite alla tele) viene anche traslata nella vita di tutti i giorni, scandendone i ritmi e – in questo caso – le stagioni.&lt;br/&gt;Diventava certezza: quando non c’erano più le reti, addio calcio, si deve pensare ad altro: magari al ping-pong o le bocce da mare, qualcosa così. Lo sapevi, ma era comunque strano: durante l’anno non vedevi l’ora che la scuola finisse; poi, appena eri in vacanza, già dopo qualche giorno non vedevi l’ora che ricominciasse. Mica per le lezioni, ovvio. Ma per ritrovare tutti i compagni dell’oratorio. Tenevi duro fino al giorno in cui le reti ricomparivano sulle porte. Poi, quasi per incanto – neanche a essersi messi d’accordo – eccoci tutti lì. Un richiamo.&lt;br/&gt;Probabilmente qualche anno fa non serviva uno studio molto approfondito per capire cosa volevano i giovani: bastava un pallone, e quello spazio aperto. L’inverno non c’erano problemi: se c’era ghiaccio e neve ci si trovava assieme con le pale: la prima ora tutti a sgombrare, dunque il calcio d’inizio.&lt;br/&gt;Quando arrivavano “i grandi” e ci dicevano di sloggiare spesso ne nasceva un parapiglia. Qualcuno la metteva sul sociale, ricordando che «il campo è di tutti». Quasi mai però questo serviva a scoraggiare i più forti (e – darwinianamente – prepotenti). Eppure una soluzione la si trovava: senza di noi (che avevamo il pallone) anche loro non potevano giocare. Logico, no? Oddio, ogni tanto qualche lite e un paio di cazzotti ci scappavano; comunque il giorno dopo tutto era dimenticato. Si ricominciava.&lt;br/&gt;Oggi è più dura. I pulcini – mi dicono – si allenano un paio di volte in settimana, e poi vogliono fare altro. Per capire l’altro che vogliono servono associazioni che si facciano carico dei loro bisogni (con lodevole iniziativa). Ci vuole qualcuno che ne interpreti le esigenze giustamente sempre più sofisticate e varie, al passo con i tempi; che ne supporti le richieste. «Adesso i ragazzi hanno la catechesi, la pallavolo, la danza, il doposcuola – mi facevano notare qualche tempo fa alcuni genitori – dunque l’oratorio non è più il centro dell’interesse dei ragazzi». Già... A onor del vero – pure quando all’oratorio ci andavo io c’era la catechesi (che si chiamava dottrina), il tennis, la bicicletta, la pallamano e la pallavolo. Del resto, non stiamo mica parlando dell’età del bronzo: solo di qualche anno fa. E comunque: non è assolutamente detto che sia stato meglio allora, o che ci divertissimo di più noi rispetto ai ragazzi di oggi. Anzi.&lt;br/&gt;Solo era diverso, tutto diverso.&lt;br/&gt;Che ci siano le reti o meno al campetto da calcio, nel Duemila, non gliene frega niente a nessuno. Salvo – casomai, ancora una volta – a quelli dalla mia età in su. Il richiamo ti resta nel sangue: una sorta di calamita verso qualche anno addietro. Che a riguardarlo sembra sempre più bello, accuratamente limato dagli episodi negativi: restano solo i sorrisi. Così, se le reti sono rimaste al loro posto, noi nostalgici del pallone possiamo sperare che qualche buon’anima ci abbia organizzato una partitella o un torneo amatoriale. L’ultima occasione della stagione per chi vuole rimettersi le scarpette bullonate e provare a dimostrare quel che vale sul rettangolo di gioco. L’ultimo capitolo per chi – in giacchetta nera – ambisce a interpretare al meglio il regolamento in campo e a dirigere con maestria le due squadre che si fronteggiano. L’ultima corvée per qualche sant’uomo quasi costretto, ogni anno, a studiare un match per noi poveri cristi, nati nell’era delle reti sulle porte. Che non ci rassegniamo all’estinzione.</description>
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      <title>Bevute in cambio di voti - Elezioni 2</title>
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      <pubDate>Thu, 13 Apr 2000 00:00:00 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.semedimetallo.com/VOCI_DALLA_STRADA/VOCI_DALLA_STRADA/Voci/2000/4/13_Bevute_in_cambio_di_voti_-_Elezioni_2_files/bevute_elettorali_web.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.semedimetallo.com/VOCI_DALLA_STRADA/VOCI_DALLA_STRADA/Media/object002_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:216px; height:154px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Bisogna essere sinceri: per le “voci dalla strada” la campagna elettorale è un periodo di vacche grasse. Non è che debba fare un grande sforzo d’inventiva: basta scendere giù in un qualsiasi locale e registrare. Il pezzo è bell’e fatto.&lt;br/&gt;Da una parte: il candidato.&lt;br/&gt;Fino al giorno in cui si effettuerà lo spoglio dei voti, chi è in lista ha titolo pieno per tenere improvvisati comizi in ogni angolo dei paesi o della città. Chiunque tra loro può proporre ricette, analisi politiche, promettere interessamenti, valutare situazioni. Può anche – in momenti di particolare magnanimità – dare la parola a chi candidato non è, ascoltandone i pareri, annuendo e proferendo la consueta: «Non è una cattiva idea, devi farmici pensare su un attimo. Ma vedrai che se sarò eletto questa potrebbe proprio essere una proposta da tenere in considerazione. Assolutamente tra le preminenti». Non sottilizzando troppo sulla prosopopea sovraccaricata di “p”, di “r”, di “s” che – neanche tanto velatamente – richiamano il termine “promessa”. Così, anche chi è stato incluso in qualche formazione elettorale solo perché preso in un attimo di debolezza («Ma si va la: meteme en lista anca mi», come se si trattasse dell’elenco di partecipanti ad una cena fuoriporta) gode della posizione di potenziale “cittadino eletto” per dispensare soluzioni e progetti.&lt;br/&gt;DaIl’altra: l’elettore.&lt;br/&gt;Egli, sgravato dalla responsabilità di proporre, ma caricato da quella di scegliere, diviene a sua volta protagonista. Qui le bevute a scrocco non si contano. Dover rimanere a casa o ammalarsi nel preelettorale è una disgrazia mandata da Iddio, certamente figlia di qualche peccato grave commesso in precedenza. Significa non essere corteggiati, vezzeggiati, coccolati a suon di bevande o di richieste di consigli che, per un istante, inorgogliscono chiunque. No, non si può starsene a casa in questi giorni. Bisogna girare, farsi vedere, promettere voti.&lt;br/&gt;La promessa fa da leit motiv. Quella elettorale, per i candidati. Di voto, per i semplici elettori. E in entrambe le categorie c’è chi ciurla nel manico, come si direbbe sotto il quarantaduesimo parallelo. Però: se per quanto riguarda gli aspiranti politici si deve capire (come potrebbe non essere così vista la mole innumerevole di idee dispensate da improvvisati maître a penser ad ogni angolo di strada? È una faccenda di statistica; la malafede non è comprovabile), un po’ meno giustificati sono i cittadini in grado di promettere voti a due, tre (talvolta si arriva a quattro) schieramenti diversi. Sono stati segnalati elettori in grado di bere – la stessa sera – a spalle di tre candidati in diversi schieramenti, garantendo a tutti la propria “X”. Ma ingenerando così un doppio equivoco: economico (una bevuta pagata in cambio di un voto che non arriverà); e ideologico (la certezza, sul personale cartellino del futuribile consigliere, di avere guadagnato ancora un’altra preferenza. Che poi crollerà inesorabile nel conteggio reale delle schede valide). Non parliamo poi di coloro i quali non sono nemmeno iscritti nelle liste elettorali del paese in cui gravitano normalmente. E subdolamente lo tacciono, bevendo agratis (come si dice in questi casi, dove il prefisso “a” non ha alcunché di privativo, ma piuttosto è rafforzativo del significante), oppure fumando sigarette Ascroc, una marca che furoreggia nelle stagioni di vendemmia elettorale.&lt;br/&gt;Insomma: truffe vere e proprie. Consumate alle spalle dei poveri candidati che, consapevoli del loro ruolo, sono costretti a subire facendo buon viso a cattivo gioco. Salvo poi – inevitabile – farla pagare a tutti in caso di elezione: non mantenendo assolutamente alcuna delle promesse fatte. È un modo per vendicarsi. Soprattutto per vendicare i compagni di lista rimasti vittime delle promesse di scrocconi ingordi e poco inclini alla parola data. Quei colleghi che – diciamo per una quindicina di giorni dopo le elezioni – rimarranno chiusi in casa perché alla conta delle preferenze, quella vera, non è che abbiano fatto una gran figura. Eppure avevano speso un capitale: danni e beffe. E la strada è tremenda: sottolinea le disfatte. Per verificare basta un salto alle tabelle dei voti, il giorno dello spoglio.&lt;br/&gt;Così, a conti fatti, le classi a rischio quarantena saranno: quelli che si trovano una sola preferenza e quelli con due. Sui primi pende la caustica: «Se vai ad abitare a San Benedetto del Tronto, comunicalo. Altrimenti non se ne accorge nessuno». Vetriolo puro. Sui secondi: «C’è in giro uno che dice di essersi sbagliato a scrivere la preferenza: ti ha dato il voto per errore». Anche questa, a pensarci, non è tenera. Specie se hai dispensato bevute a destra e a manca.&lt;br/&gt;</description>
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      <title>Metropolitana di superficie</title>
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      <pubDate>Thu, 6 Apr 2000 00:00:00 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.semedimetallo.com/VOCI_DALLA_STRADA/VOCI_DALLA_STRADA/Voci/2000/4/6_Metropolitana_di_superficie_files/metropolitana_web.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.semedimetallo.com/VOCI_DALLA_STRADA/VOCI_DALLA_STRADA/Media/object000_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:216px; height:123px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;Metropolitana di superficie. Detta così non è che faccia gola a tutti. Magari neanche a tanti. Però, a pensarci un attimo, è un concetto evocativo. Cosicché  torna a ritmo regolare - metronomo delle idee dei politici - ad occupare le pagine dei giornali. E ad occupare preziosi byte e spazi di fantasia nei nostri cervelli.&lt;br/&gt;Metropolitana di superficie, già il nome ti parla in grande: più di dieci sillabe per un oggetto: non male; dev’essere qualcosa di enorme. Infatti lo è.  È qualche cosa che ha a che fare con la compressione dello spazio e del tempo; lo ha scoperto Einstein: se riuscissimo ad andare alla velocità della luce bloccheremmo completamente il tempo (è dimostrato). Percorrendo rapidissimi i binari, prende corpo il relativo, ci avviciniamo un po’ all’immortalità.&lt;br/&gt;Nei periodi elettorali non è male avere a disposizione un sogno da giocarsi. E che sogno! Me-tro-po-li-ta-na-di-su-per-fi-cie. Qualcosa che lascia attoniti. Pensa ai vecchi invitti dal progresso (ormai rimasti in pochissimi) che sul treno ci salgono per la prima volta, all’inizio con riluttanza, poi trasecolano alla vista dei panorami che cambiano continuamente, schizzando indietro veloci (mi muovo io o si muovono loro?) inghiottiti dalla vista, oppure oscillanti, in disordine, come trasportati da una mareggiata. Immagini figlie dell’illusione e dalla realtà del moto che si fondono assieme scivolando su pezzi di ferro paralleli, rotaie.&lt;br/&gt;Ma non è solo una faccenda di tempi e distanze. La metropolitana è di più. Ne sanno qualcosa a Parigi, dove la métro compie 100 anni (il 19 luglio, ma sono già in festa). Loro se la cullano: tutti i depliant con la mappa della rete ferrata ricordano «le métro a 100 ans», e nove stazioni richiamano l’avvenimento con mostre varie. Lì si azzerano tutte le differenze. Su quei treni si consuma una sorta di rivincita sociale. Tutti uguali, al prezzo di pochi franchi (o di un salto a rischio), sgusciamo qua e là a branchi, come cetacei su rotte stabilite – e nel contempo sterminate –, pronti a riemergere in superficie per camminare, osservare, correre, pattinare o semplicemente per ricalarci nella “rete viva” della città, la réseau.&lt;br/&gt;A volerla dir tutta, i francesi sono un po’ strani. Da una parte se non ti rivolgi nella loro lingua manco ti considerano. Dall’altra, hanno nel proprio codice genetico quest’idea del treno, momento di incontro, di mescola. Giù sotto, in quelle gallerie tutte a cunicoli ci trovi ogni tipo di persona: dallo snob, al clochard, al turista giapponese - Nikon al collo compresa (per la verità adesso hanno tutti le telecamerine digitali. Dev’essere che a guardare il film, una volta a casa, ci mettono meno tempo che le foto) -, all’americano, canadesi con lo zaino (anche tedeschi, con lo zaino), neri, mulatti, punk, italiani, uomini d’affari e via di questo passo. Tutti ben mischiati. Insomma, la métro rappresenta l’antitesi di chi ha in mente la purezza linguistica, non so se mi sono spiegato. Anche il parigino museo D’Orsay, origine del mondo per l’arte impressionista, era poi una stazione dei treni.&lt;br/&gt;Metropolitana: suscita emancipazione, libertà. Costa poco e offre l’autonomia di potersi spostare a ragazzi giovani, ad anziani, a tutti coloro che non lo vogliono o non lo possono fare in auto. Apre la possibilità di vedere facce diverse rispetto a quelle solite. Altri mondi, nuove esperienze.&lt;br/&gt;Pronunci un concetto e tocchi un infinito numero di sensazioni. Suggestione pura. Ottima, prima di un voto. O quando si presentano futuribili piani urbanistici.&lt;br/&gt;A Parigi per quel Centenario, mi guardavo attorno e fantasticavo: «T’immagini se ci fosse una linea che collega Rovereto a Trento; magari anche Riva del Garda, e Mezzolombardo; poi Mezzana con Cavalese? Così, tutto ogni cinque minuti: al lago, in montagna. Sai che spasso».&lt;br/&gt;Allora ho guardato i dati parigini: 14 linee (più le due RER di superficie per i lunghi collegamenti); 201 chilometri di strade complessive per due miliardi di utenti registrati nel 1999 che contribuiscono a mantenerla. Quanti siamo in Trentino? Poco più di quattrocento mila? Per tornare a sognare una réseau trentina bisognerà attendere qualche anno, stimolati dalle promesse delle venture elezioni regionali. Solo per sognarla, intendo.&lt;br/&gt;</description>
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      <title>Truffe e biliardo</title>
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      <pubDate>Thu, 30 Mar 2000 00:00:00 +0200</pubDate>
      <description>&lt;a href=&quot;http://www.semedimetallo.com/VOCI_DALLA_STRADA/VOCI_DALLA_STRADA/Voci/2000/3/30_Truffe_e_biliardo_files/biliardo_web.jpg&quot;&gt;&lt;img src=&quot;http://www.semedimetallo.com/VOCI_DALLA_STRADA/VOCI_DALLA_STRADA/Media/object001_1.jpg&quot; style=&quot;float:left; padding-right:10px; padding-bottom:10px; width:216px; height:131px;&quot;/&gt;&lt;/a&gt;«È un’indecenza. Ai miei tempi c’era più rispetto. E ai tempi di mio padre, ancora di più». Sconsolato, Carlo, il vecchio maestro in pensione, indica il giornale aperto. Ha appena letto dei ladri che si approfittano delle signore anziane, truffandole. «Una vergogna», ripete scuotendo il capo. «È tutta colpa dei videogiochi: voi giovani siete venuti su coi videogiochi: non avete imparato il rispetto per gli altri».&lt;br/&gt;«Che c’entrano i videogiochi con la maleducazione?», gli chiediamo. &lt;br/&gt;«È una faccenda di valori, prospettive e regole. Soprattutto regole. Voi giovani non avete rispetto per l’avversario. Vi fate un baffo delle regole. Volete tutto e subito: non avete pazienza, fate troppo rumore».&lt;br/&gt;Pensiamo alla solita predica.&lt;br/&gt;«Chi gioca sempre senza avversario non può essere messo alla prova sul rispetto, sulle regole. Se le cose vanno male puoi anche dare un calcio all’apparecchio, o maledire chissà chi. Nel biliardo, per esempio, no. Lì è abilità e allenamento. Si perde per imparare a vincere: sacrificio e fatica. Se uno si abitua a imparare, poi non va a truffare le anziane».&lt;br/&gt;Le facce attonite gli fanno sospettare che qualcuno non abbia capito. È vecchio, non rincoglionito. «Vi faccio vedere», dice.&lt;br/&gt;Chiama il barista e fa togliere il telo dal biliardo.&lt;br/&gt;«Se uno apprende qualche cosa di durevole, poi non lo dimentica – sentenzia –. E il biliardo, a differenza dei giochini elettronici, dura. È arte».&lt;br/&gt;I cinque birilli. Un gioco articolato, forse il più sofisticato del biliardo. Con la stecca il giocatore deve colpire la sua biglia; mandarla a sbattere contro quella dell’avversario; questa – a sua volta – deve proseguire facendo cadere quanti più birillini possibile dei cinque collocati al centro del tavolo verde: uno in mezzo e quattro attorno, a corona (castello), circa cinque centimetri l’uno dall’altro e da quello centrale. &lt;br/&gt;Il maestro Carlo si dice sia famoso per un tiro, “le sette sponde”. Ma nessuno di noi l’aveva mai visto tirarle, tanto che pensavamo si trattasse della solita leggenda metropolitana.&lt;br/&gt;«Guardate qui, ragazzi».&lt;br/&gt;Sistema due biglie, una da una parte e una dall’altra del castello. Silenzio. Fa alcuni passi attorno al tavolo di gioco e studia la disposizione, guardando le due palle d’avorio da diverse angolature. Finalmente si piega in avanti sul biliardo. Appoggia la mano sinistra ben aperta sul panno, vicino alla sua biglia. Accosta il pollice all’indice sollevando leggermente il palmo così da formare un ponticello. Lì scorrerà la stecca, tenuta alla base e manovrata con la mano destra. Un’altra occhiata al panno verde, ai birilli, al pallino da quell’ultima prospettiva. Gesti ripetitivi, rituali. Dunque: tumb. Un colpo netto, pieno.&lt;br/&gt;Nel silenzio, è stupendo il rumore della stecca che picchia contro l’avorio della biglia. Se il giocatore non ha voluto imprimere strani effetti colpendola in maniera anomala, è semplicemente perfetto. Lascia quasi un leggero rimbombo, soffocato dal tappino di cuoio che sta all’estremità del legno. Quando senti quel rumore pensi che il legno, l’avorio e il girello che media il contatto siano stati creati apposta per stare insieme, per dare origine a quel colpo. Tumb. Magnifico.&lt;br/&gt;Appena tirato, Carlo accompagna con il braccio destro l’azione della stecca. Ne asseconda il vettore per un solo istante. Poi si scansa. La palla corre. All’inizio rapida; man mano che picchia contro le sponde del tavolo, sempre più lenta. Uno, due, tre, quattro, cinque bordi. Ormai la sfera arranca.&lt;br/&gt;Tutti osservano muti. Attoniti e incantati da quella traiettoria. La biglia sembra stanca ma deve percorrere ancora circa un metro e mezzo di strada, picchiare due volte contro i battenti, appoggiarsi sulla sua sosia-avversaria e spingere avanti lei per alcuni centimetri, contro i birilli. Sei, sette sponde. La boccia d’avorio si muove ancora, quasi impercettibilmente. Mancano pochissimi centimetri alla meta.&lt;br/&gt;Ormai tutti noi – occhi strabuzzanti – cogliamo la giustezza della traiettoria. Se qualcosa andrà storto sarà solo una faccenda di forza, l’idea era buona. Per noi – il pubblico – può bastare; per il giocatore no. Lui è l’architetto e l’esecutore. Deve dimostrare di aver occhio, ma anche braccio. Vuole che la biglia impatti l’avversaria, la conficchi nei birilli del castello facendoli cadere. &lt;br/&gt;E così accade. Un colpo perfetto, frutto di mille e mille prove.&lt;br/&gt;Il maestro Carlo ripone la stecca. Noi siamo allibiti dal tiro. E dal fatto che lo abbia fatto lui, che lo avevamo sempre visto come un vecchio ciarlatano.&lt;br/&gt;Torna a sedersi lento davanti al giornale. Riguarda la notizia della truffa all’anziana.&lt;br/&gt;«Questi qua – dice piano, con la voce rotta –, questi maleducati, le sette sponde a stecca non le potranno mai tirare. Non sanno cos’è l’allenamento, non conoscono il silenzio. Possono solo rubare ai vecchi, da vigliacchi».&lt;br/&gt;</description>
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